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Cari amici,

Siamo a Giugno, il mese in cui tradizionalmente si organizzava la Festa di chiusura delle attività.

Quest’anno abbiamo dovuto chiudere anzitempo, all’improvviso, e anche se abbiamo cercato di mantenere dei rapporti tra di noi e delle attività di gruppo a distanza, non è stata la stessa cosa.

Senz’altro per alcuni di noi è stato difficile anche non “confondere” i giorni, nella routine dello stare sempre in casa per esempio anche la domenica non è stata “festa” ma un giorno qualsiasi della settimana.
La festa va preparata, va curata, va attesa. La festa è un dono gratuito che ci facciamo reciprocamente e che va vissuto insieme. Quanto ci mancherà la nostra festa?

Abbiamo pensato di proporvi questa riflessione di Luigino Bruni per riflettere sul significato della festa per noi, per la nostra vita e per prepararci a vivere insieme la prossima festa di apertura delle attività a ottobre.

E sarà una grande festa!

Un caro saluto
Il Consiglio Direttivo e la Segreteria


Luigino Bruni, professore ordinario di Economia politica all'Università "Lumsa" di Roma ed editorialista del quotidiano "Avvenire", ci guida alla scoperta delle relazioni che intercorrono tra il capitalismo e il sacro, a partire dall'homo oeconomicus dell'antichità.

LA FESTA con Luigino Bruni da Uomini e Profeti
”Oikonomia. Meditazioni sul capitalismo e il sacro”

La festa ha bisogno di molta cura e di molto lavoro e la cura per durare ha bisogno di festa. E invece la religione capitalistica vuole abolire la festa: le ha dichiarato una vera e propria guerra che si accompagna a una esplosione di offerta di divertimento e di svago che non hanno nulla o molto poco dell’esperienza della festa. E questa è un’altra espressione della famosa distruzione creatrice del capitalismo: in realtà la distruzione creatrice è molto più ampia rispetto alla concorrenza che distrugge creando perché esiste una distruzione creatrice delle comunità, infatti il capitalismo distrugge comunità tradizionali e ne offre altre a pagamento e questo vale anche per la festa. Il nostro sistema economico cresce distruggendo feste gratuite e offrendo al loro posto divertimenti a pagamento. Il divertimento non è la festa, il divertimento spesso può essere venduto, è anche un prodotto, la gente si diverte benissimo davanti a un computer, da soli, mentre la festa, essendo un bene relazionale, un bene di gratuità, può solo essere co-prodotto e co-consumato insieme e al di fuori del registro economico in senso stretto. Quindi una tendenza radicale del nostro tempo è ridurre le feste e aumentare i divertimenti perché chiaramente le feste sono complicate, sono ingestibili, sono eccedenti, la festa non è efficiente, non è utile, è dissipatrice, non è meritocratica (perché si divertono tutti, anche persone povere, bambini, anziani, son tutti uguali alla festa, anzi a volte persone meno dotate di talenti economici sono più dotate di talenti nelle feste, per esempio lo humor ….) quindi le feste non rispondono agli incentivi e quindi la festa è odiata dal capitalismo. Al posto della festa vengono introdotti prodotti di consumo, che cercano di prenderne il posto, e invece la festa è un bisogno primario fondamentale dell’uomo, della donna, dei bambini, dei malati, dei vecchi, non si vive a lungo senza far festa. La festa è anche una delle grandi parole di ogni religione, non c’è religione senza festa e sono le feste a scandire i tempi della religione. La festa poi è amica del lavoro perché chi lavora ama la festa e chi non conosce il lavoro non conosce neanche la festa. Per chi non può lavorare, la domenica è il giorno peggiore della settimana perché manca il lunedì, è il ritmo del lavoro che eleva la festa e viceversa.

Noi sappiamo ad esempio l’importanza della festa nel mondo biblico. Il valore della festa, nella Bibbia è racchiuso in molte realtà ma soprattutto nella grande categoria dello shabbat, il sabato come diciamo noi, una dimensione fondamentale per capire l’intero umanesimo biblico. Uno shabbat, che è nato soprattutto e si è rafforzato nell’esilio babilonese, quando era difficile praticarlo da esuli, da deportati, e in quel tempo durissimo dell’esilio lo shabbat è diventato essenziale per l’identità del popolo ebraico.

Quello che è interessante è che nella Bibbia, nel Libro della Genesi, compare; lo shabbat compare un po’ ovunque, compare nel Libro dei profeti. Il primo a far festa, per esempio nella Genesi, fu Elohim, fu Dio Stesso, che per poter festeggiare dovette arrivare alla fine della creazione, dovette aspettare che arrivasse l’Adam, l’uomo e la donna, perché anche Dio, dice la Bibbia, ha bisogno di compagnia per far festa, non si può far festa da soli. Quindi se è vero che lo shabbat è il grande dono di Dio alla terra, è anche vero che lo shabbat è il dono di reciprocità, che Dio fa la creazione perché gli dona la possibilità di riposarsi e fare festa insieme a noi. Quindi il messaggio che c'è dentro questa grande categoria dello shabbat è che noi non siamo i padroni del mondo, lo abitiamo, ci nutre, ci fa vivere ma siamo suoi ospiti e pellegrini. La terra è sempre terra promessa, ogni proprietà è seconda, è sempre un luogo che ci ospita come terra dei pellegrini -tuo padre era un arameo errante l’idea che la terra non è possesso geloso ma è luogo dei rapporti da pellegrini quindi in una dimensione di gratuità assoluta. Legata alla cultura del sabato c’è anche la cultura del maggese (espressione che viene da maggio, il mese in cui nel mondo romano si lasciava riposare la terra), che non è solo una tecnica saggia di coltivazione della terra, ma dentro il Maggese nella Bibbia si nasconde la saggezza, la sapienza dello shabbat, che potremmo sintetizzare in questo modo: “Puoi usare la terra per sei giorni, non il settimo, puoi farti servire dal lavoro degli altri uomini pagandoli per sei giorni non il settimo, poi devi lavorare ma non sempre perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi d'Egitto. Il settimo giorno è il segno dell’essere liberi, è il giorno della Libertà perché il poter dire basta al lavoro è l'esercizio dell’uomo libero non dello schiavo. Il forestiero non è il forestiero tutti i giorni, il settimo giorno è persona di casa come tutti. L'animale lavora per te sei giorni, il settimo giorno per lui ha un valore intrinseco; c'è una parte della roba e della tua terra che non è tua e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero, ciò che hai non è tutto né soltanto per te” E’ come se noi oggi dovessimo dire: “tutti i beni sono beni comuni quindi la categoria dello shabbat è una categoria sovversiva tanto che la troviamo unicamente all'interno della Bibbia del popolo ebraico come un dono di portata enorme.” Io sono un grande appassionato della cultura dello shabbat e del Maggese che nella Bibbia deriva dallo stesso umanesimo.

La cultura dello shabbat crebbe soprattutto in tempo di esilio; la mancanza del tempio creò il tempio del tempo, in fondo lo shabbat è un tempio mobile che soltanto l'immenso lutto del tempio distrutto dai babilonesi poteva generare. Quindi l'utopia, il non luogo del tempio, generò l’ucronia, il non tempo dello shabbat, perché l'ingresso nello shabbat, il venerdì sera, era l’ingresso nel tempio, senza tempo, dove il linguaggio per parlare con Dio non erano i sacrifici di colombi o di agnelli ma rapporti sociali e cosmici diversi perché in quel giorno la fraternità universale e cosmica era la legge dei rapporti sociali nuovi. Perché il settimo giorno non è un giorno eccezionale ma è la misura della giustizia degli altri sei, i sei giorni ordinari sono tanto più giusti quanto più si avvicinano al settimo, quindi il settimo giorno è l'utopia degli altri sei. Noi con la domenica, nel cristianesimo, abbiamo perso in realtà il senso di questa grande utopia dello shabbat. Io credo che una buona componente di responsabilità del degrado ambientale del nostro tempo è aver dimenticato la legge del settimo giorno perché se l'uomo è padrone di tutti i giorni, consuma la terra come una merce. Il dire c'è una dimensione di non proprietà della terra, che lo shabbat ricordava, significa dire che non siamo i predatori del pianeta quindi oggi noi dovremmo in qualche modo reinventarci laicamente -difficile immaginare come-ma dovremmo reinventarci una cultura dello Shabbat come un rapporto non predatorio con il pianeta, una dimensione di gratuità che, nella tradizione francescana (era molto bella quella tradizione) lasciava un pezzo di orto, un angolo di orto non coltivato perché quella zona di orto era per l'animale selvatico, per gli uccelli del cielo, cioè l’idea che non siamo i padroni di tutta la terra che occupiamo. Leggiamo a questo proposito un brano di Abraham Heschel grande studioso del Novecento di ebraismo, tratto dal suo libro “Il sabato. Suo significato per l’uomo moderno …”

La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell'uomo, al quale spesso si previene sacrificando un elemento essenziale dell'esistenza cioè il tempo. Nella civiltà tecnica noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio, accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo, tuttavia avere di più non significa essere di più. Il potere che noi conseguiamo sullo spazio termina bruscamente alla linea di confine del tempo e il tempo è il cuore dell'esistenza. Conseguire il controllo dello spazio è certamente uno dei nostri compiti, il pericolo comincia quando, acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell'ambito del tempo. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l’avere ma l’essere, non l'essere in credito ma il dare, non il controllare ma il condividere, non il sottomettere ma l'essere in armonia. La vita è indirizzata male quando il controllo dello spazio e la conquista delle cose dello spazio diventano la nostra unica preoccupazione. Nulla è più utile del potere, nulla più temibile: spesso abbiamo sofferto la degradazione che deriva dalla povertà ora siamo minacciati dalla degradazione che viene dal potere. Vi è felicità nell'amore della fatica, vi è miseria nell'amore del guadagno. Molti cuori e molte secchie si infrangono alla fonte del profitto; vendendosi alla schiavitù delle cose l'uomo diventa un utensile che si infrange alla fonte. La civiltà tecnica nasce principalmente dal desiderio dell'uomo di sottomettere e governare le forze della natura; la fabbricazione degli utensili, l'arte della filatura e della coltura agricola, la costruzione di case, il mestiere del navigare tutto questo è svolto dall'uomo nell'ambito dello spazio, la preoccupazione per le cose dello spazio condiziona attualmente tutte le attività dell'uomo. Persino le religioni sono spesso dominate dalla nozione che la divinità risiede nello spazio, in località particolari come le montagne, le foreste, gli alberi, o le pietre che perciò vengono elette a luoghi sacri. La divinità è legata a una terra particolare, il sacro viene associato alle cose nello spazio e l'interrogativo fondamentale è: “Dov'è Dio?” Suscita molto entusiasmo l'idea che Dio sia presente nell’universo ma con questa idea si intende generalmente indicare la sua presenza nello spazio, anziché nel tempo, nella natura anziché nella storia, come se egli fosse una cosa non uno spirito. Noi sappiamo infatti che cosa fare con lo spazio ma non sappiamo che cosa fare con il tempo, salvo porlo al servizio dello spazio. La maggior parte di noi sembra affaticarsi per l'amore delle cose dello spazio, di conseguenza soffriamo di un profondo terrore del tempo e rimaniamo atterriti quando siamo costretti a guardarlo in faccia.

La lotta tra questo capitalismo e la festa è molto profonda e radicale. Le grandi imprese, le banche ad esempio, cercano in tutti i modi di ricreare la forza simbolica ed emotiva della festa: sua capacità di creare legami, senso d'appartenenza, senso del noi ma la cultura del lavoro del secolo passato l'hanno creata le feste popolari, religiose e laiche, i matrimoni, i battesimi…. Le fabbriche e gli uffici hanno usato quel capitale simbolico, che ricevevano in modo gratuito dalle comunità; le liturgie, le processioni, i giorni della memoria, dei grandi dolori, delle liberazioni nutrivano l'anima e tutte le virtù delle persone, infatti nelle feste non aziendali si rafforzavano i legami sociali che poi venivano usati dentro le imprese. Le feste esterne alle imprese creavano capitali simbolici e narrativi che diventavano anche patrimonio aziendali; ecco perché le imprese hanno sempre consumato risorse mai pagate: questo è un punto fondamentale, cioè dentro i cancelli delle imprese entravano insieme ai lavoratori molti altri beni, tutti gratuiti. Sta anche qui un senso profondo delle tasse, che le imprese consumano capitali non loro, comprese le feste. Oggi invece la cultura individualista e consumistica del capitalismo attuale sta spazzando via questi capitali civili e spirituali (un po’ perché sono finiti, quasi). Le grandi imprese ne avvertono la mancanza anche se non sono capaci di individuare le ragioni profonde di questa crisi e pensano allora, sbagliando profondamente, che una festa aziendale, una convention, o l’aperitivo del venerdì pomeriggio, possano prendere il posto dei capitali formatisi attraverso i secoli. I simboli della festa, senza la verità popolare e povera e gratuita che li hanno generati, producono soltanto nuovi grifoni e minotauri, cioè creature ibride e mostruose. La festa vera ha bisogno di gratuità, i tentativi di riprodurre feste dentro le aziende per formare strumentalmente senso di appartenenza e spirito di corpo, in realtà non funzionano. Questo però è un dramma, un grande paradosso perché le imprese, le organizzazioni hanno bisogno di capitali simbolici ma non sono capaci di riprodurli. Quindi noi stiamo andando incontro, anche se non ne siamo coscienti, a delle grandi carestie sociali delle imprese, a carestie simboliche e narrative, perché questo tentativo di riprodurre in modo endogeno, capitali narrativi da parte delle imprese non funziona perché questi capitali nascono dalla gratuità e dal popolo che si incontra al di là del registro strumentale del profitto. Non mi stupirei che il nostro capitalismo vada incontro nei prossimi decenni ad una crisi non finanziaria, non tecnologica ma a una crisi di capitali simbolici che sono stati consumati senza la capacità di riprodurli.

Questi nostri cinque incontri dove la parola che forse più abbiamo usato ed evocato è stata gratuità e non è un caso perché gratuità -oltre ad essere una parola che io amo personalmente tantissimo per la sua capacità di umanizzare la vita a tutti i livelli – la gratuità è anche il centro della esperienza religiosa e anche della vita economica (perché l’economia nasce e rinasce tutte le volte che incontra un'eccedenza, un'impresa nasce quando l'imprenditore vuol fare qualcosa di più rispetto a una contabilità costi benefici) -quindi la gratuità è stata la parola del nostro percorso perché è la parola dell'economia ed è la parola delle fedi, delle religioni. Quindi voglio chiudere questa riflessione sull'economia con un'ultima parola dedicata alla gratuità perché la gratuità esprime qualcosa che è sempre rimasto nascosto nel cuore dell'umanità e cioè il desiderio profondo dei popoli, delle persone e delle comunità di una terra dove ogni uomo, ogni donna, ogni povero possa avere pane, acqua, latte e miele (per utilizzare le espressioni bibliche) senza che l’accesso a questi beni primari sia mediato dal denaro.

C'è, nei popoli, questa nostalgia dell’età dell'oro, di questa utopia cioè di dire: “ma ci sarà forse ancora un giorno la possibilità che anche chi non la meriti, chi non è nato da famiglie benestanti, chi non ha avuto talenti, possa avere diritto ai beni di tutti?”, perché sappiamo che più profondo della legge del dare e dell’avere economico, della moneta e della finanza, c'è un legame di fraternità dentro i rapporti sociali. Questa nostalgia di un legame più profondo del legame del business anima tante utopie di ieri e di oggi, che non sono utopie nel senso negativo del termine ma sono dei desideri collettivi, che quindi hanno un grande significato perché possono indicare anche strade di cambiamento dell’oggi. Utopia vera è germe di cambiamento; questa terra ancora non l'abbiamo trovata ci siamo fermati un po' troppo presto, ci siamo accontentati di comunità dove l'accesso alle cose può essere regolato da registro monetario, dai mercati, esclusi a chi non ha nulla da offrire, o che ha beni diversi da quelli mercantili. Eppure continuiamo a cercare, a tener viva questa terra promessa, questo desiderio.

Volevo concludere con questo breve brano tratto da Isaia, che lo scrive appena dopo aver scritto i capitoli sul servo sofferente (i capitoli meravigliosi del secondo Isaia così detto). Questo canto è anche una sorta di autocomprensione della vocazione del Profeta come Agnello Mansueto, che poi sarà usata come immagine della passione del Cristo; dice Isaia:

O voi tutti assetati venite all'acqua, voi, che non avete denaro, venite, comprate, mangiate, venite, comprate senza denaro, senza pagare vino e latte.

Da questa grande immagine di una terra dove si possa comprare senza denaro, mangiare senza avere moneta, in fondo Isaia scrive queste cose dopo aver parlato e forse aver vissuto quella grande esperienza di dolore del servo sofferente. Non è raro che tanta gente riscopra una dimensione di gratuità proprio dopo grandi esperienze individuali e collettive di sofferenza e di dolore perché è rallentando il passo che si scopre che esiste una dimensione di gratuità vera e profonda anche dentro l’economia, anche dentro le faccende più ordinarie dell'esistenza.

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